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Se la finanza è arte, il prezzo è emozione: questa è Arteconomy

Five Gallery provoca con un nuovo concetto che parte dalla fibra di carbonio: Continuity, la prima espressione di Arteconomy, restituisce un (con)dividendo emozionale reale

L’arte è e resterà sempre un concetto astratto e di ben complessa definizione. Altrettanto difficile è comprendere chi siano gli attori ad associarne un valore, le cosiddette quotazioni che pendono su opere e artisti.  Si tratta di un meccanismo quasi imperscrutabile, eppure i miliardi che girano intorno a questo business sono concreti, così come il rumore del martello che batte e sancisce i prezzi in sede d’incanto. Cifre stabilite con parametri vaghi che dipendono, per esempio, anche da luogo e dal momento della vendita, una “morning sale” a Londra o una vendita serale a New York.

Sono loro, le case d’asta, a condizionare, insieme ad esperti e curatori che vi gravitano attorno, questo settore che entra in modo preponderante nel sistema finanziario esattamente nel momento in cui il valore economico si insinua dentro l’anima di un’opera, strappandogliela. Di fronte a queste considerazioni ecco gettate le basi di un nuovo Manifesto artistico battezzato con il nome di ARTECONOMY che invece da’ certezza del prezzo.

È Igor Rucci, fondatore di Five Gallery, a presentare nelle sale di Via Canova 7 questa nuova corrente artistica di provocazione per cui è la finanza a diventare arte e che trova la sua prima espressione attraverso il progetto Continuity: una insieme di opere d’arte “già nate” la cui componente umana si è limitata solo alla messa in cornice. Sostenere, proprio in una galleria d’arte, che un giorno, l’arte potrà vivere senza artisti è una sfida all’intero sistema.

Continuity è una serie di quadri formati da fibra di carbonio riciclata: scarti di fabbrica sono stati trasformati da una macchina messa a punto da un’azienda ticinese di Manno. Il prodotto dell’economia industriale è stato letteralmente immesso in una cornice e collocato in una galleria d’arte. Ecco avvenuto un processo di trasposizione dell’economia nell’arte, l’accadimento di ARTECONOMY appunto, la cui innovazione, però, risiede nell’assegnazione del valore dell’opera a priori. Stabilito il prezzo del primo esemplare( 500 Frs) quello dei successivi aumenta con progressione costante di 100 Frs. Al contrario delle tradizionali teorie economiche, l’incremento di prezzo tra le opere non è direttamente proporzionale a quello della domanda, ma coincide con quella che è la nuova definizione di emozione incrementale: il delta tra il costo della prima opera e quello della seconda, e così via in una continuità infinita, è l’emozione che ne scaturisce e che verrà ridistribuita alla collettività tramite donazioni a enti di beneficenza del territorio.

In concreto, ad ogni pezzo di Continuity acquistato, 100 franchi vanno fissi in beneficienza mentre il 10% del prezzo dell’opera, definito appropriatamente “(con)dividendo emozionale” verrà ridistribuito a tutti i compratori dei numeri precedenti del ciclo Continuity. Ad esempio se il numero 3 è venduto a 700 Frs dei 600 rimasti 60 spettano a tutti coloro che hanno acquistato i numeri antecedenti. Arteconomy, però, ha le sue regole, diverse da quelle consuete, ma precise e volte alla trasparenza, spesso assente quando si tratta di mercato dell’arte. È consentito, infatti, acquistare pezzi del ciclo Continuity solo in progressione: l’otto, ad esempio, non potrà essere ceduto prima del sette.

In questo modo l’arte resta un bene comune e non a disposizione di pochi privilegiati. Così ARTECONOMY mette a soqquadro le regole del consumo: l’opera che si acquista assimila valore anziché perderlo ed è proprio questo surplus che il cliente desidera comprare, ma soprattutto condividere.

Avrà successo questa nuova provocazione? Sarà il mercato a dirlo, per il momento possiamo solo dire che durante la serata inaugurale sono stati venduti già 11 opere.

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