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Pictet: la politica proibizionista di Trump danneggia le economie emergenti

Secondo un report della banca ginevrina i mercati emergenti più a rischio sarebbero quelli le cui esportazioni verso gli USA contano sulla percentuale maggiore del PIL.

Trump in campagna elettorale aveva fatto diverse promesse riguardo all’aumento delle accise per le importazioni provenienti da paesi a rischio dumping e per dimostrare che le sue non fossero solo promesse già il 22 gennaio di quest’anno ha imposto costose tariffe sulle importazioni di pannelli solari (30%) e sulle lavatrici (20%), che hanno fortemente colpito il mercato asiatico ed in particolar modo la Cina.

Ma in generale a subire le conseguenze di questa nuova politica economica saranno tutti i paesi cosiddetti emergenti. Un esempio lampante è quello dell’economia messicana, infatti le sue esportazioni verso gli Stati Uniti rappresentano il 29,3% del PIL del paese.

I risultati del proibizionismo imposto da Trump saranno catastrofici per tutte quelle economie che necessitano di un processo manifatturiero internazionale che coinvolge più paesi prima di arrivare al prodotto finale (catena del valore). In questo caso uno dei paesi che ne sarà maggiormente colpito sarà Taiwan. Infatti il 67% delle esportazioni di questo paese utilizza la catena del valore.

Secondo quanto riportato dal chief economist di Pictet, Patrick Zweifel possiamo ipotizzare che la politica proibizionista americana non si fermerà.

Certo è che grazie alle note politiche populiste, come quella sulle tasse e sull’immigrazione promosse anche dal Congresso, il presidente si trova con una maggiore libertà d’azione soprattutto quando per quello che concerne la politica commerciale americana. Infatti, in questo momento il presidente ha il potere di imporre tariffe e quote sulle importazioni.

Data la preferenza di Trump per gli accordi bilaterali, Pictet ritiene che il Presidente rinegozierà all’interno delle istituzioni esistenti e punterà all’aumento delle tariffe. In questo contesto, i mercati emergenti più a rischio sarebbero quelli le cui esportazioni verso gli USA contano per la percentuale maggiore del PIL, ovvero il Messico, Vietnam e Hong Kong in particolare

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