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Incontro con Marta Dell’Angelo

La centralità del corpo nell'opera dell'artista rappresentano la vita e il movimento

Ida Terracciano intervista Marta Dell’Angelo, artista eclettica classe 1970 che, uscita nel 2002 dall’Accademia di Brera, sviluppa una sua forma d’arte personale basata su un’arte visuale che si fonda sullo studio dell’antropologia umana e prende forma tra disegno, pittura e vere e proprie installazioni e performance

La tua ricerca da anni esplora il patrimonio iconografico collegato al corpo umano e al suo immaginario recuperando la documentazione fotografica dalla ritrattistica all’informativa, illustrativa e pubblicitaria prodotta dai primi anni del Novecento. Nel tempo quest’archivio si articola e s’ingrandisce parallelamente al tuo lavoro, rappresentando un percorso parallelo e significativo della tua ricerca.  

Così il soggetto corpo umano è una costante nel tuo lavoro ed è osservato attraverso e tenendo conto delle diverse relazioni intercorrenti tra la dimensione individuale e collettiva, dalla parcellizzazione della forma alla totalità performativa.

La centralità del corpo per Marta Dell’Angelo.

Mi interessava il corpo in generale, poi che fosse femminile o maschile inizialmente non aveva alcuna importanza. Fin da subito è stato l’unico strumento per comprendere il mondo, le parole senza l’agitarsi del corpo non le capivo. All’asilo mi concentravo moltissimo nel guardare le gambe degli altri che ciondolavano liberamente dalla panca.  L’attenzione al corpo femminile nasce da due ragioni molto semplici: la prima è che io sono una femmina, quindi, partendo da me era tutto più semplice; la seconda è che il corpo maschile oltre ad esser più rigido è spesso peloso e la luce non scivola sulla forma come vorrei, evidenziandone il volume. Così il corpo femminile combaciava più facilmente a questa esigenza. Successivamente mi sono accorta che è anche più astratto o astraibile di quello maschile: per esempio due o più figure femminili insieme, ti permettono di evitare la combinazione figura maschile e femminile che, già da sola, è un racconto a se. Attraverso questa sorta di astrazione mi è più facile raggiungere ciò che mi interessa, ossia posture e gesti come elementi significanti.

Il corpo è il luogo più indagato sulla terra, e nella storia anche dal pensiero filosofico, sociologico, antropologico, scientifico nella relazione tra l’essere contenuto o contenitore. Negli ultimi decenni sono arrivate le neuroscienze che hanno portato spunti importantissimi. Se non sbaglio, da Cartesio, e poi con Spinoza in avanti, si è iniziato a parlare del corpo e della mente come qualcosa di inscindibile, ma a oggi non esiste una parola che le nomini insieme, e questo mi fa pensare.

La centralità del corpo all’interno della mia ricerca sta anche in questo spazio, dove cerco di tradurre quei momenti in cui il corpo sembra inscindibile, appunto, tra l’essere contenuto piuttosto che contenitore. Per ora resta comunque un’interfaccia ancora inafferrabile per cui per fortuna è ancora possibile ricercare.

In tutta l’esperienza che io faccio, cerco di capire come e quanto le culture incidano in maniera preponderante sul concetto e il rapporto che abbiamo con le cose.

Provo a spogliare, a togliere il più possibile fino a dove si può, è una sorta di tentativo di riavvicinamento all’idea più di specie vivente che di individui.

Sappiamo che la nostra cultura, è in forte decadenza, e questo penso sia una grande occasione, la perdita di significato ci sta riportando a riguardare le cose. Il sentirsi fragili permette di ricontattare emozioni importanti, forse dei valori.

La fotografia mi interessa moltissimo, in Antologia delle posizioni per esempio, dal punto di vista iconografico, ho selezionato solo immagini che non fossero prodotte o trattate direttamente dalla pubblicazione di un artista, ma funzionali, come supporti visivi del tema attinente all’edizione. Ho integrato alcune immagini di fotografi sconosciuti trovate ai mercatini, ma solo perche erano sconosciuti e rappresentativi in termini posturali di un preciso periodo storico. Di fatto si tratta di un libro di 206 metri, piegato a ventaglio o messo in azione grazie ad una performance, dove la sequenza delle immagini è determinata dalla posizione del soggetto. Sono corpi solo femminili perché, sul mercato editoriale dai primi del novecento a oggi, i corpi nudi maschili sono in assoluta minoranza, e avrebbe spostato l’attenzione su altri aspetti che mi interessavano di meno, per cui in questo caso i maschi si sono auto eliminati.

Questo lavoro è iniziato da uno stato di impotenza di fronte ad un accumulo di materiale editoriale che avevo raccolto istintivamente negli anni. Avevo  bisogno di concretizzare in qualche forma quel piacere e quel dolore tra me e loro.

Un altro obbiettivo a me caro è stato quello di provare a capire cosa l’editoria avesse pubblicato del corpo nudo o seminudo, dalla rivista, al libro, all’enciclopedia, dalla pornografia, allo yoga, dalla ginnastica alla medicina.

L’attenzione al corpo femminile ritratto in attività ginniche o nel compimento di azioni di sottolineatura di gesti e posture rivela la bellezza dei corpi restituita attraverso un’intenzionale riproposizione di atteggiamenti vitali. Così le differenti pratiche espressive: libri d’artista, performance, opere su tela, installazioni sono abitate da un repertorio vario quanto ripetuto che registra incessantemente tutte le possibili declinazioni del movimento, ma anche un’esaltazione degli arti e delle membra che presiedono a questo.

Vorrei riportarti proprio al gesto, al gesto in sé, alla forza che esprime l’energia vitale che c’è dietro alle tue forme.

La forza e l’energia vitale del gesto per Marta Dell’Angelo. 

Il gesto è tutto perché racchiude l’energia vitale.

L’esplorazione dei gesti è iniziata isolandoli dai corpi che filmavo in diverse situazioni, conferenze o incontri di carattere pubblico; il lavoro si è poi tradotto in 18 video installati su monitor di vario tipo. Quando installai i video nello spazio, fu divertente perché i proprietari dei gesti faticarono a riconoscersi, essendo ritagliati su sfondo nero in assenza del resto del corpo.

Successivamente mi dedicai al collage e iniziai a ritagliare e scontornare le forme con un atteggiamento mentale un po’ riduzionista, simile a quello di un neuroscienziato, che in laboratorio è costretto ad isolare il più possibile un’azione per poterla identificare e perlustrare.

Senza voler fare seri paragoni, anch’io ho cercato di isolare gli arti superiori dal resto del corpo e, dipingendoli, è stato interessante notare come diventassero profondamente dinamici, nonostante l’immagine di partenza provenisse da una posizione molto statica, quasi di abbandono.

Ritornando alla domanda iniziale sulla forza vitale del gesto, penso che possa tradursi semplicemente nel suo essere in se, nel suo movimento: dal più articolato a quello interiore.

Nella mostra “Agente-agisce-agito”, del 2010 al Museo del Novecento di Milano, il gesto fu il soggetto principale, rappresentato e vissuto mediante l’uso di diversi linguaggi visivi e performativi. La mostra fu anche un omaggio all’antropologo Marcel Jousse che dedicò la sua vita allo studio del gesto, riassunto in un libro L’anthropologie du geste pubblicato dopo la sua morte. Egli oltre a praticare la trasmissione orale della conoscenza, fu il primo a dire che tutte le rappresentazioni erano motorie sempre in tempi non sospetti.

C’è un ritorno, come dici tu, delle stesse soluzioni formali e questo penso che accada perché le cose si richiamano tra di loro, il più delle volte succede quando non cerchi di afferrarle ma le lasci nella zona periferica dello sguardo. Allora sembra possibile intravedere come una maglia le cui direzioni e dimensioni variano di continuo, dove le cose, i pensieri e le persone si incontrano.

L’esperienza che cerco spesso di fare col mio corpo è di osservare il gesto e affidarmi più a lui che al comando ricevuto dall’azione assegnata.

Quando mi accorgo dell’intensità di uno sguardo, mi chiedo come possa essere possibile misurarne la forza, dove sia quel confine o quello spazio microscopico per cui formalmente può cambiare. Allora quando tu dici, “qual è la forza vitale del gesto?”, io la trovo passando per le emozioni che si attivano guardando una forma, una postura, una posizione, un punto di vista, una combinazione. L’emozione è un misto tra piacere e dolore messe insieme a tante altre cose, quella per me è forza vitale.  E’ come un verso, un suono, non sono in grado di dare una spiegazione precisa.

Tra i più recenti progetti espositivi individuali e collettivi ricordo l’installazione Carichi Pendenti nello spazio C.O.S.M.O. a Milano, la partecipazione alla mostra Intuition per la 57ma Biennale Internazionale d’Arte Venezia a Palazzo Fortuny  Venezia, la performance-installazione Il pittore e la modella allo spazio Assab One a Milano e ancora Kunst Heilt Medizin Zehn Werke presso la Theological Faculty of Graz in Austria.

Marta Dell’Angelo e il sistema dell’arte.

La questione è irrisolta, ma penso sia così per tanti, quella di continuare ad esistere col proprio lavoro. Mi sono identificata nella definizione che Pietro Gaglianò dà parlando di “resistenze individuali” in un suo scritto. Cerco di difendere la mia libertà espressiva soprattutto. Mi muovo seguendo amici e luoghi dove si sta anche bene insieme, insomma faccio quello che posso. Se mi interrogo sul sistema dell’arte, penso che se ne parli troppo ed è noioso e se ne parla male ed è noioso lo stesso. Le situazioni più interessanti coincidono con il tempo e lo spazio condiviso con amici e con artisti, dove la possibilità di sperimentare resta libera e vitale. Di recente l’esperienza a spazio C.O.S.M.O. mi ha permesso di misurarmi liberamente con un’idea nuova, lo spazio, infatti, è gestito da due artisti Elena El Asmar e Luca Pancrazi.

Fare arte è una responsabilità particolarmente spinosa in questa stagione perché la relazione tra il pensiero della cultura e della ricerca nell’arte e sistema finanziario dell’investimento nell’arte non è in un rapporto di chiara corrispondenza.  

La ricerca nell’arte cerca in qualche modo di resistere, ed è diventata un po’ un’operazione di trincea, un lavoro di frontiera.

Eppure questa si muove all’interno di un sistema dove il “baratto”inevitabile del dare e avere costringe come su una scacchiera a scegliere dove posizionarsi.  

Il troc di Marta Dell’Angelo.

 Penso di continuare ad esistere grazie alla stima e la fiducia delle persone che ho incontrato e che sostengono il mio lavoro in diversi modi. Niente si fa da soli.

In un certo senso son sempre pronta a cambiare ambito. Quando mi sono iscritta ad antropologia, ho pensato: “Speriamo che succeda qualcosa che mi porti via!”. Poi mi sono accorta che il luogo dove posso inventare, rimescolare e soprattutto esorcizzare è quello delle arti.

Quando mi parli di mediazioni e ce ne sono tante, una di sicuro è quella di aver scelto di vivere qui da moltissimi anni che mi permette di mantenere un mio equilibrio emotivo, tornare in un posto che ha una certa dimensione, sul confine tra città e periferia per me è fondamentale, è una zona franca, spesso destinata agli emarginati. Dall’altro ci sono dei pensieri che ti servono per resistere. Per esempio accorgersi di aver anticipato, in tempi meno sospetti alcune modalità che oggi sono all’ordine del giorno. Per me l’idea non era solo legata al contenuto verbale e concettuale degli invitati, ma quella di coniugare una tavola rotonda ad un’opera, e tradurla in una performance. L’idea si costruì considerando che nel mondo di tavole rotonde ce n’erano tantissime, quasi una ogni trenta secondi; mi interessava mettere l’accento sul movimento dei corpi e dei gesti che accompagnavano o assecondavano il contenuto verbale, mi attraeva isolare il contenuto verbale per evidenziare una sorta di canale di comprensione affiancato che, a mio avviso, condiziona in modo consistente la nostra comprensione del mondo.

Marta Dell’Angelo e il collezionismo.

 La logica del collezionismo dalla all school alla new school, sembra abbia cambiato il tipo di sguardo e di attenzione nei confronti dell’arte. La gran parte delle persone oggi insegue il denaro, e nel mondo dell’arte ne gira parecchio, tanti vogliono fare gli artisti o i collezionisti, o comunque cercarsi una posizione all’interno di questo sistema. Il fatto di essere un po’ distante da queste dinamiche forse mi sta salvaguardando senza saperlo o diversamente andrà come dovrà senza troppe previsioni.

Mantengo un lavoro parallelo per non dover essere obbligata a vendere per vivere. I miei lavori non sono ancora oggetti di speculazione finanziaria, diciamo così, e questo fa sì che per ora il mio lavoro non vada a giocare sui tavoli che determinano partite che poi ne generano altre. Mantengo la libertà di poter fare ricerca senza condizionamenti, di poter essere libera di pensare e desiderare.

Quando dicevi della responsabilità dell’artista, visto che il mondo è saturo d’immagini, a mio modo di vedere quella prioritaria avviene in studio, quando esegui un nuovo lavoro. Una volta entravi in una chiesa e vedevi delle rappresentazioni mentre fuori la visione era più monotonale, adesso è tutto sincopato, per cui io faccio un video, una performance e sto producendo un’altra immagine, un’altra visione del mondo, ecco, è lì la responsabilità dell’essere delicati, nell’immettere.

 

 

 

 

 

 

 

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