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Il mondo cresce nonostante la Turchia

Analisi di Adrien Pichoud, Chief Economist Portfolio Manager di Banca Reyl

Nell’ultimo periodo le notizie macroeconomiche sono state dominate dallo scoppio delle tensioni in Turchia. La crisi diplomatica con gli Stati Uniti dovuta al mancato rilascio di un pastore americano è stata la classica “ultima goccia”: l’ottava economia emergente era già in condizioni molto precarie, con un’economia in deterioramento, e questi sviluppi hanno spinto la lira su nuovi minimi storici. In un quadro caratterizzato da una crescita globale inferiore alle attese, dal rallentamento dell’economia cinese, dal deprezzamento dello yuan e da tensioni commerciali, gli sviluppi in Turchia hanno alimentato dubbi e timori sulla crescita dei mercati emergenti e in particolare sulla loro capacità di far fronte alla normalizzazione dei tassi da parte della Fed, all’aumento dei tassi d’interesse statunitensi e all’apprezzamento del dollaro.

Tuttavia, malgrado questi dati, l’economia globale continua nel complesso a crescere grazie alla solidità della domanda nei paesi sviluppati. Infatti, a causa dell’effetto combinato di una spesa pubblica dissennata, un’eccessiva dipendenza dai finanziamenti esterni e una politica monetaria non ortodossa, la Turchia va considerata un caso a parte, piuttosto che la cartina al tornasole delle condizioni dei mercati emergenti. Dopo il rallentamento del primo semestre, l’economia globale ha ripreso a espandersi grazie alla stabilizzazione della crescita in Europa e in gran parte dell’Asia emergente su livelli soddisfacenti e alla dinamica sempre positiva dell’economia statunitense, sebbene meno vigorosa e costante dell’anno scorso.

Crescita

Sebbene nella maggior parte delle principali economie le dinamiche del ciclo economico stiano nel complesso rallentando, il livello assoluto della crescita resta positivo. I principali contributi alla domanda finale dei paesi sviluppati si confermano stabili: un mercato del lavoro e dinamiche salariali positive e un settore immobiliare sostenuto da condizioni di credito favorevoli.

Inflazione

Malgrado i perduranti ostacoli strutturali, le dinamiche dell’inflazione si mantengono moderatamente positive in tutte le economie avanzate, grazie alla crescita economica e agli aumenti salariali che alimentano un modesto incremento dei prezzi. Nei mercati emergenti, le pressioni inflazionistiche variano da un paese all’altro, mentre le oscillazioni valutarie spesso acuiscono eventuali criticità endogene.

Orientamento di politica monetaria

Nonostante l’ultima stretta operata dalla Bank of England, il contesto di politica monetaria generale si mantiene estremamente espansivo in tutte le economie avanzate. Negli Stati Uniti, la Fed continuerà ad alzare gradualmente i tassi, portando l’orientamento a un livello leggermente restrittivo.

Economie avanzate

Dopo un secondo trimestre relativamente positivo, l’economia statunitense ha inaugurato la stagione estiva con dinamiche altrettanto robuste, sostenute dal perdurante vigore dei consumi interni. Tuttavia, i limiti di capacità pregiudicano un’ulteriore accelerazione, inoltre è più probabile che le dinamiche macroeconomiche degli Stati Uniti finiscano per stabilizzarsi o rallentare leggermente nei prossimi mesi, pur mantenendosi su livelli relativamente elevati. L’inasprimento della politica monetaria è controbilanciato dagli stimoli fiscali, che continuano a sostenere una robusta espansione economica.

L’economia dell’eurozona sta apparentemente iniziando a stabilizzarsi dopo il rallentamento del primo semestre. Anche se il ritmo della crescita non sorprende più al rialzo, tutti gli indicatori segnalano che l’espansione annualizzata del PIL si sta consolidando attorno all’1,5%. Inoltre, anche le stime di consenso si sono adeguate a questo livello. L’eurozona sembra quindi destinata a mettere a segno una crescita superiore al potenziale e in linea con le aspettative per il resto del 2018. La banca centrale inglese, anch’essa alle prese con un tasso di crescita sostenuto, malgrado le incertezze legate alla Brexit, e un’inflazione superiore al target, ha deciso di alzare il tasso d’interesse a breve termine allo 0,75%.

Le dinamiche economiche si sono stabilizzate anche in Giappone, come dimostra il rimbalzo messo a segno dal PIL del secondo trimestre, trainato dai consumi. La Bank of Japan ha fatto un piccolissimo primo passo verso la normalizzazione della politica monetaria, alzando il tetto dei tassi titoli di stato (JGB) decennali nel contesto della sua politica di “controllo della curva dei rendimenti”. Tuttavia, è ancora ben lontana dal dismettere l’attuale atteggiamento estremamente accomodante.

In Australia la crescita ha perso vigore, ostacolata da un lato dal rallentamento della crescita cinese e dai dazi statunitensi e dall’altro dal calo dei prezzi delle materie prime.

Economie emergenti

La crisi in Turchia ha richiamato alla memoria precedenti crisi dei mercati emergenti, innescate da uno dei cicli di inasprimento della Fed. Tuttavia, sino ad ora la Turchia rimane un caso isolato. Il rialzo dei tassi a breve termine e il rafforzamento del dollaro sono ulteriori difficoltà che vanno ad aggiungersi a una situazione interna già strutturalmente fragile. Le politiche economiche della Turchia pregiudicano infatti gli interessi dei creditori, dei quali il paese ha tuttavia bisogno per finanziare la propria economia. La politicizzazione della politica monetaria della banca centrale, l’assenza di una risposta efficace all’impennata dell’inflazione e il crollo della valuta sono tutti problemi di natura endogena, ai quali sono venuti a sommarsi le tensioni diplomatiche e commerciali con gli Stati Uniti.

Di conseguenza, per il momento il “rischio di contagio” per le altre economie emergenti appare limitato. La crescita ha continuato a perdere terreno in Cina e quindi anche in tutto il Sudest asiatico, ma le misure espansive fiscali e monetarie introdotte da Pechino dovrebbero favorire una stabilizzazione, se non addirittura un rimbalzo dell’attività entro la fine dell’anno.

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