Monete e grafico di rendimento, fondi di investimento
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Fondi di investimento: tipologie e criteri di scelta

Tra un fondo che costa lo 0,2% l’anno e uno che ne costa il 2% ballano, su un orizzonte di vent’anni, decine di migliaia di franchi di capitale finale. Eppure la commissione è quasi sempre l’ultima voce che il risparmiatore guarda, quando dovrebbe essere la prima.

Un fondo di investimento raccoglie il denaro di molti risparmiatori e lo investe in un paniere di titoli, così che anche un piccolo importo ottenga una diversificazione che da soli sarebbe difficile costruire. È il principio che rende i fondi lo strumento di ingresso più comune ai mercati finanziari: si compra una singola quota e si possiede, in proporzione, una porzione di decine o centinaia di titoli.

La scelta, però, non è banale. Dietro la parola “fondo” ci sono strumenti molto diversi per struttura, costi e filosofia di gestione, e la differenza tra un buon prodotto e uno mediocre si misura spesso in punti percentuali che, sul lungo periodo, pesano più di quanto sembri. Vale la pena capire le tipologie principali e i criteri che contano davvero.

Fondi comuni ed ETF: la struttura di base

Il fondo comune di investimento tradizionale si compra e si vende una volta al giorno, al valore della quota calcolato a fine giornata sui prezzi di chiusura dei titoli in portafoglio. Questo valore, detto NAV, rappresenta il patrimonio netto del fondo diviso per il numero di quote. L’operazione passa dalla società di gestione o dalla banca collocatrice.

L’ETF, sigla di fondo negoziato in borsa, è anch’esso un paniere di titoli, ma si compra e si vende in borsa durante l’intera seduta, come un’azione, con un prezzo che varia in tempo reale. La maggior parte degli ETF replica un indice, per esempio un paniere di grandi società quotate, invece di puntare a batterlo. Questa differenza di funzionamento ha conseguenze dirette sui costi e sulla flessibilità.

Gestione attiva o passiva: dove sta la differenza

La distinzione più importante non è tra fondo comune ed ETF, ma tra gestione attiva e passiva. Un fondo a gestione attiva ha un gestore che seleziona i titoli con l’obiettivo di ottenere un rendimento superiore al mercato di riferimento. Un prodotto a gestione passiva si limita a replicare un indice, senza scommesse sul singolo titolo.

La gestione attiva costa di più, perché paga il lavoro di analisi e selezione, e promette in cambio di battere il mercato. Gli scorecard SPIVA di S&P Dow Jones Indices, che dal 2002 confrontano i fondi attivi con i rispettivi indici di riferimento, mostrano però che su orizzonti lunghi la larga maggioranza dei fondi attivi non supera stabilmente il proprio benchmark al netto dei costi. Da qui l’argomento centrale a favore della gestione passiva: se battere il mercato è difficile e costoso, replicarlo a basso costo diventa una strategia razionale per molti risparmiatori. Un TER del 2% su un prodotto che si limita a seguire un indice è, semplicemente, troppo.

Il TER e il peso dei costi

Il costo di un fondo si legge in un unico indicatore, il TER, cioè il rapporto delle spese totali. È la percentuale annua che il fondo trattiene per remunerare gestione, amministrazione e spese correnti, e viene sottratta dal rendimento in modo silenzioso: il risparmiatore non riceve una fattura, vede semplicemente un rendimento più basso.

La differenza tra un TER dello 0,2% e uno del 2% sembra piccola, ma agisce ogni anno e si compone nel tempo. Su un orizzonte di decenni, un punto e mezzo percentuale di costo in più può erodere una parte rilevante del capitale finale, perché rinuncia anche al rendimento che quelle somme avrebbero generato. È il primo numero da confrontare. Due TER identici, ma strategia diversa? Allora il resto conta.

  • ETF a replica di indice: TER tipicamente basso, spesso ben sotto l’1% annuo.
  • Fondi a gestione attiva: TER più alto, che deve essere giustificato da un rendimento superiore costante nel tempo.
  • Costi accessori: commissioni di ingresso e uscita, oneri di negoziazione e fiscalità; vanno considerati oltre al TER.

Rischio e orizzonte temporale

Nessun criterio di scelta ha senso senza aver definito prima due cose: quanto rischio si è disposti a sopportare e per quanto tempo si può lasciare investito il denaro. Sono i due assi che orientano tutto il resto.

Un fondo azionario offre rendimenti attesi più alti ma oscilla molto, e può perdere valore per anni prima di recuperare: si adatta a chi ha un orizzonte lungo e non teme le fasi negative. Un fondo obbligazionario è più stabile ma rende meno, ed è adatto a orizzonti più brevi o a chi cerca minore volatilità. I fondi bilanciati mescolano le due componenti per trovare una via di mezzo. La regola pratica è coerente: più è lontano l’obiettivo, più si può tollerare il rischio, perché il tempo lavora a favore del recupero delle fasi negative.

I criteri di scelta, in ordine

Mettendo in fila gli elementi, la selezione di un fondo segue una sequenza logica. Prima si definisce l’obiettivo e l’orizzonte, poi si sceglie la categoria coerente con essi, infine si confrontano i prodotti dentro quella categoria.

Nel confronto contano il TER, la coerenza della strategia dichiarata, la dimensione del fondo e il gestore o l’emittente. Per i prodotti a gestione passiva pesa anche la qualità della replica dell’indice, ossia quanto fedelmente il fondo ne segue l’andamento. Il rendimento passato, invece, va guardato con prudenza: descrive ciò che è stato, non ciò che sarà, e da solo non è un criterio di scelta. Un prodotto economico, trasparente e coerente con l’obiettivo batte quasi sempre uno costoso scelto solo perché ha reso bene di recente.

C’è però un’eccezione che il criterio del solo TER rischia di nascondere: sui fondi obbligazionari, dove il rendimento atteso è basso, una commissione dell’1% può assorbire una fetta molto più grande del guadagno che sullo stesso importo investito in azioni. Un TER apparentemente contenuto va quindi letto sempre in rapporto al rendimento lordo dell’asset class, non in assoluto.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra un fondo comune e un ETF?

Il fondo comune si scambia una volta al giorno al valore della quota calcolato a fine seduta, mentre l’ETF si compra e si vende in borsa durante tutta la giornata, come un’azione. La maggior parte degli ETF replica un indice, mentre i fondi comuni sono spesso a gestione attiva.

Cos’è il TER e perché conta tanto?

Il TER è il rapporto delle spese totali, cioè la percentuale annua che il fondo trattiene per gestione e spese correnti. Non arriva mai come una fattura separata: si limita ad abbassare il rendimento, e componendosi anno dopo anno, su orizzonti lunghi può erodere una parte rilevante del capitale finale.

Un fondo ad accumulazione conviene fiscalmente in Svizzera?

Ai fini dell’imposta sul reddito la scelta è neutra. Per l’investitore privato svizzero, i proventi da dividendi e interessi vanno dichiarati come reddito anche quando il fondo li reinveste invece di distribuirli; l’Amministrazione federale delle contribuzioni riporta l’importo imponibile nel proprio listino dei corsi. Le plusvalenze realizzate sulla quota restano invece generalmente esenti, finché il titolare non viene qualificato come commerciante professionale di titoli.

Da quale patrimonio ha senso un fondo a gestione attiva?

Non è una questione di soglia minima di capitale: un ETF a replica di indice funziona anche su importi contenuti. La gestione attiva ha senso soprattutto dove un indice a basso costo non esiste o replica male il mercato, come su segmenti illiquidi, di nicchia o poco coperti, e dove il gestore può quindi aggiungere valore che ripaghi il TER più alto. Sui grandi mercati azionari liquidi, dove gli scorecard SPIVA mostrano che pochi fondi attivi battono l’indice, quel sovracosto è più difficile da giustificare.

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