Quando i mercati internazionali entrano in tensione, gli investitori spostano capitali verso poche valute considerate sicure: il dollaro statunitense, lo yen giapponese e il franco svizzero. Il franco appartiene a questo gruppo ristretto per ragioni strutturali, non occasionali, e la sua reputazione di bene rifugio condiziona sia l’economia reale elvetica sia le scelte della banca centrale.
Capire perché una valuta di un Paese piccolo pesi tanto nei momenti di crisi aiuta a leggere due fenomeni collegati: l’apprezzamento del franco quando cresce l’incertezza e l’intervento della Banca nazionale svizzera per contenerne gli effetti. Il filo che unisce i due è la stabilità: è ciò che rende il franco attraente ed è ciò che la politica monetaria cerca di difendere.
Cosa rende il franco svizzero un bene rifugio
Un bene rifugio è un’attività che tende a mantenere o aumentare il proprio valore mentre altre perdono terreno. Il franco lo è per una combinazione di fattori radicati nell’ordinamento e nell’economia svizzera, non per una scelta politica del momento.
Il primo è la stabilità istituzionale. La Svizzera ha un debito pubblico contenuto rispetto al prodotto interno lordo, conti pubblici disciplinati anche grazie al freno all’indebitamento iscritto in Costituzione dal 2003, e una tradizione di neutralità che riduce l’esposizione a shock geopolitici. Il secondo è l’indipendenza della banca centrale, che persegue la stabilità dei prezzi senza subire pressioni dirette dal governo. Il terzo è la profondità del sistema finanziario, capace di assorbire flussi di capitale importanti in tempi rapidi.
Il risultato è un meccanismo ricorrente: appena si diffonde l’avversione al rischio, la domanda di franchi sale e la valuta si apprezza. Non è un giudizio sul singolo dato macroeconomico svizzero, ma una reazione difensiva di chi cerca un porto sicuro.
La Banca nazionale svizzera e i suoi strumenti
La Banca nazionale svizzera, indicata con l’acronimo BNS, ha il mandato costituzionale di garantire la stabilità dei prezzi tenendo conto dell’evoluzione congiunturale. Definisce la stabilità dei prezzi come un aumento dell’indice dei prezzi al consumo inferiore al 2% annuo, un margine più stretto rispetto ad altre banche centrali.
Per raggiungere l’obiettivo dispone di due leve principali. La prima è il tasso guida, che orienta i tassi a breve termine sul mercato monetario e, a cascata, il costo del denaro per famiglie e imprese. Tra gennaio 2015 e settembre 2022 questo tasso è rimasto in territorio negativo, fino al −0,75%, per scoraggiare l’afflusso di capitali sul franco. La seconda leva è l’intervento sul mercato dei cambi: la BNS può acquistare o vendere valuta estera per influenzare il valore del franco. Proprio questo secondo strumento distingue la Svizzera da economie più grandi, dove il cambio pesa meno sulle decisioni di politica monetaria.
Perché il cambio conta così tanto per la BNS
La Svizzera è un’economia aperta: le esportazioni valgono una quota elevata del prodotto interno lordo e il settore estero traina la crescita. Un franco troppo forte rende i prodotti elvetici più cari all’estero e importa deflazione: fa scendere il prezzo in franchi dei beni acquistati all’estero. Per la BNS, quindi, il tasso di cambio non è una variabile secondaria: è uno dei canali attraverso cui la politica monetaria arriva ai prezzi interni.
Il rapporto tra euro e franco
Il cambio euro-franco è il più osservato in Svizzera, perché l’Unione europea è di gran lunga il primo partner commerciale del Paese. Quando l’incertezza cresce nell’area euro, i capitali si spostano verso il franco e la moneta unica si indebolisce nei confronti della valuta elvetica.
Questo movimento crea un problema per la Svizzera. L’apprezzamento riduce i margini delle imprese esportatrici, che incassano in euro e pagano i costi in franchi, e comprime i prezzi al consumo sotto la soglia desiderata. Tra settembre 2011 e gennaio 2015 la BNS fissò una soglia minima di 1,20 franchi per euro, difesa con acquisti massicci di valuta estera per impedire un apprezzamento ulteriore. La soglia resse più di tre anni. Anche dopo l’abbandono di quella soglia gli acquisti sono proseguiti, portando le riserve valutarie a un livello prossimo alle dimensioni del prodotto interno lordo svizzero, un rapporto tra i più alti al mondo per una banca centrale.
Gli effetti sull’economia reale
Un franco forte, nella stessa economia, produce chi ci guadagna e chi ci perde. Per chi compra all’estero — turisti svizzeri, importatori, consumatori di beni prodotti fuori dai confini — il potere d’acquisto aumenta. Per chi vende all’estero, invece, il conto si complica.
- Industria di esportazione: meccanica, orologeria, chimica e farmaceutica vedono ridursi la competitività di prezzo e devono puntare su qualità, innovazione e nicchie difficili da imitare.
- Turismo: le vacanze in Svizzera diventano più costose per i visitatori stranieri, con effetti sulle regioni alpine che vivono di ospitalità.
- Prezzi interni: i beni importati costano meno, il che sostiene il potere d’acquisto ma spinge l’inflazione verso il basso.
La risposta tipica delle aziende elvetiche è spostare la concorrenza dal prezzo al valore. Un orologio di alta gamma o un principio attivo farmaceutico brevettato reggono un franco svizzero forte meglio di un prodotto standardizzato, perché il cliente paga per qualcosa che non trova altrove. È una lezione che il tessuto produttivo svizzero ha assorbito in decenni di valuta apprezzata, e spiega perché un franco robusto convive con un’economia reale solida invece di soffocarla.
Domande frequenti
Cosa fece la BNS nel gennaio 2015?
Il 15 gennaio 2015 la Banca nazionale svizzera abbandonò a sorpresa la soglia minima di 1,20 franchi per euro, in vigore dal settembre 2011. Il franco si apprezzò bruscamente nel giro di pochi minuti; per contenere l’afflusso di capitali la BNS spinse contemporaneamente il tasso guida in territorio negativo, fino al −0,75%.
Quanto sono grandi le riserve valutarie della BNS?
Gli anni di acquisti di valuta estera per frenare il franco hanno portato le riserve della BNS vicino alle dimensioni dell’intero prodotto interno lordo svizzero. È un rapporto tra i più elevati al mondo per una banca centrale e rende il bilancio della BNS insolitamente esposto alle oscillazioni dei cambi e dei mercati azionari su cui le riserve sono investite.
Perché il franco è preferito allo yen come rifugio?
Franco e yen sono entrambi valute rifugio, ma poggiano su fondamenta diverse. La Svizzera ha un debito pubblico basso rispetto al PIL e conti disciplinati dal freno all’indebitamento, mentre il Giappone ha uno dei rapporti debito/PIL più alti tra le economie avanzate. Questa solidità dei conti pubblici rende il franco meno vulnerabile in una crisi prolungata.
Perché il cambio euro-franco è il più seguito in Svizzera?
Perché l’Unione europea è il primo partner commerciale del Paese: gran parte dell’export e dell’import elvetico passa dall’area euro. Un franco che si rafforza contro l’euro colpisce quindi la parte più grande del commercio estero svizzero, ed è la ragione per cui la soglia 1,20 del 2011-2015 era fissata proprio sull’euro e non su un’altra valuta.
La difesa della soglia 1,20 e gli anni di tassi negativi mostrano fin dove la BNS è disposta a spingersi quando il franco si apprezza oltre misura. Ogni nuova ondata di avversione al rischio sui mercati riapre lo stesso dossier: quanto lasciar correre l’apprezzamento e quando tornare a intervenire sui cambi. È il prezzo che la Svizzera paga per avere una valuta che il resto del mondo compra proprio quando tutto il resto trema.

