Comprare un’obbligazione significa prestare denaro e conoscere in anticipo, salvo incidenti, quanto si riavrà e quando. È questa prevedibilità a distinguerla dall’azione: chi compra un titolo di Stato o un’obbligazione societaria diventa creditore, non socio, e un creditore viene pagato prima di chi possiede quote dell’impresa. Questa priorità ha un prezzo. Il rendimento di un’obbligazione è di norma più contenuto di quello di un’azione, ed è il compenso che si accetta in cambio di un flusso di pagamenti noto in anticipo.
Il meccanismo è quello di un prestito con regole scritte. L’emittente riceve il capitale e si impegna a versare interessi periodici fino a una data stabilita, quando restituisce l’intera somma. Attorno a queste tre grandezze (cedola, scadenza, capitale) ruota tutto ciò che rende un’obbligazione più o meno interessante.
Cedola, scadenza, valore nominale: le tre grandezze che definiscono un titolo
Il valore nominale è la somma che l’emittente restituirà a scadenza, spesso 1’000 franchi o multipli. La cedola è l’interesse pagato periodicamente, di solito una o due volte l’anno, espresso come percentuale del valore nominale: una cedola del 3% su 1’000 franchi vale 30 franchi l’anno. La scadenza è la data in cui il prestito termina e il capitale rientra.
Questi tre elementi bastano a capire il flusso di denaro atteso. Chi tiene il titolo fino alla scadenza incassa tutte le cedole e riottiene il nominale, indipendentemente da come il prezzo dell’obbligazione si sia mosso nel frattempo sul mercato. È questa la ragione per cui le obbligazioni piacciono a chi vuole entrate certe e una data precisa in cui recuperare il capitale.
Il prezzo di scambio, però, non coincide sempre con il valore nominale. Un’obbligazione si dice quotata alla pari quando il prezzo eguaglia il nominale, sopra la pari quando lo supera e sotto la pari quando è inferiore. Comprare sotto la pari significa pagare oggi meno di quanto si riotterrà a scadenza, un guadagno che si somma alle cedole; comprare sopra la pari comporta l’effetto opposto. Questo scarto fra prezzo pagato e nominale rimborsato è il secondo motore del rendimento, accanto alla cedola, e spiega perché due titoli con la stessa cedola possano rendere in modo diverso.
Il rating: come si misura chi promette di restituire
Una promessa di rimborso vale quanto la solidità di chi la fa. Le agenzie di rating traducono questa solidità in una sigla, da AAA per gli emittenti più affidabili fino a livelli inferiori per quelli a rischio. La Confederazione svizzera, per esempio, conserva da anni la tripla A presso Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, e le sue obbligazioni (i cosiddetti Eidgenossen) figurano fra i debiti sovrani più solidi al mondo. Il confine importante separa la fascia detta investment grade, cioè di qualità d’investimento, dalla fascia speculativa, o high yield, ad alto rendimento e alto rischio.
La logica è diretta: più basso è il rating, più alto deve essere l’interesse offerto per convincere qualcuno a prestare. Un emittente solido paga poco perché il rimborso è quasi scontato; uno fragile deve compensare l’incertezza con una cedola generosa. Fra un titolo investment grade e uno high yield lo scarto di rendimento può ammontare a diversi punti percentuali, e si allarga nelle fasi di tensione sui mercati. Il rating non è una garanzia (le agenzie sbagliano e le situazioni cambiano), ma resta il primo filtro per capire quanto rischio nasconde una cedola allettante.
Il rischio di tasso: perché il prezzo si muove al contrario
Chi crede che un’obbligazione non oscilli sbaglia. Il suo prezzo di mercato cambia ogni giorno, e si muove in direzione opposta ai tassi di interesse in Svizzera, che a loro volta seguono il tasso guida fissato dalla Banca nazionale svizzera (BNS). Il meccanismo va spiegato una volta, con calma, perché è la cosa che sorprende di più.
Immaginiamo un’obbligazione con cedola del 2%. Se dopo l’acquisto i tassi di mercato salgono e i nuovi titoli offrono il 4%, nessuno vorrà più il vecchio titolo al 2% al suo prezzo pieno: per venderlo occorre abbassarne il prezzo, così che il rendimento effettivo per il nuovo acquirente si allinei al 4%. All’opposto, se i tassi scendono, la vecchia cedola diventa appetibile e il prezzo sale. Da qui la regola: tassi in aumento, prezzi delle obbligazioni in calo, e viceversa.
Questo movimento pesa solo su chi vende prima della scadenza. Chi tiene il titolo fino in fondo incassa comunque il nominale pattuito, e le oscillazioni intermedie diventano irrilevanti. La sensibilità al tasso cresce con la durata: un’obbligazione a dieci anni reagisce molto più bruscamente di una a due anni allo stesso movimento dei tassi.
Governativo o societario: due profili di rischio a confronto
Le obbligazioni si dividono anzitutto per emittente. I titoli di Stato sono prestiti a un governo; la Confederazione svizzera, per esempio, gode di un merito di credito elevatissimo e paga cedole basse proprio perché il rischio di mancato rimborso è considerato minimo. Le obbligazioni societarie sono prestiti a un’azienda e offrono cedole più alte, perché un’impresa può fallire mentre uno Stato solido difficilmente lo fa.
La scelta dipende dallo scopo. Chi cerca stabilità e conservazione del capitale privilegia i governativi di alta qualità, come gli Eidgenossen o i Bund tedeschi; chi accetta più rischio in cambio di reddito guarda alle societarie, distinguendo con attenzione fra quelle investment grade e quelle speculative. Il rischio di credito, cioè la possibilità che l’emittente non paghi, è la vera linea di demarcazione fra le due famiglie, e va valutato prima ancora della cedola.
Domande frequenti
Un’obbligazione può far perdere denaro?
Sì, in due modi. Se l’emittente non rimborsa, il creditore perde parte o tutto il capitale: è il rischio di credito, più concreto nei titoli speculativi. Inoltre, chi vende prima della scadenza dopo un rialzo dei tassi incassa meno del prezzo pagato. Chi invece detiene un titolo solido fino a scadenza riottiene il nominale, e le oscillazioni di prezzo intermedie non lo toccano.
Meglio comprare l’obbligazione singola o un fondo obbligazionario?
Il titolo singolo dà una scadenza precisa e un rimborso certo del nominale, utile per obiettivi datati. Il fondo distribuisce il capitale su decine o centinaia di emittenti, riducendo il rischio di credito del singolo, ma non ha una scadenza fissa: il suo valore segue di continuo i tassi. Chi vuole una data certa preferisce il titolo; chi vuole diversificazione immediata sceglie il fondo.
Quando conviene puntare sulle obbligazioni?
Le obbligazioni servono soprattutto a chi ha un orizzonte più breve o cerca reddito prevedibile e minore volatilità rispetto alle azioni. Diventano più attraenti quando i tassi di mercato sono elevati, perché le nuove emissioni offrono cedole più generose. Restano inoltre il contrappeso naturale delle azioni in un portafoglio diversificato, poiché tendono a reggere meglio nelle fasi di ribasso dei mercati azionari.
Che differenza c’è tra cedola e rendimento?
La cedola è fissa e calcolata sul valore nominale: non cambia per tutta la vita del titolo. Il rendimento è ciò che l’investitore ottiene davvero e dipende dal prezzo pagato: comprando un’obbligazione sotto il nominale il rendimento supera la cedola, comprandola sopra il nominale è inferiore. Per confrontare titoli diversi si guarda al rendimento a scadenza, che riassume cedole e differenza fra prezzo e nominale.

