Pila di monete d'oro, diversificazione di portafoglio
Foto: Bohman / CC BY

Diversificazione di portafoglio: principi di base per l’investitore

Un portafoglio che perde meno quando i mercati crollano non è quello con i titoli migliori, ma quello i cui titoli non crollano tutti insieme. È questo il nocciolo della diversificazione: non scegliere i vincitori, ma combinare attività che reagiscono in modo diverso allo stesso evento. Il concetto sembra intuitivo, eppure il modo in cui viene realizzato distingue una vera protezione da una falsa sensazione di sicurezza.

Chi possiede dieci azioni di dieci banche svizzere crede di essere diversificato perché ha dieci titoli. In realtà è esposto a un unico rischio: un problema del settore bancario le farebbe scendere quasi tutte nello stesso momento. La diversificazione autentica lavora sulla relazione tra gli investimenti, non sul loro numero.

La correlazione: perché contano le relazioni, non le quantità

La correlazione misura quanto due investimenti si muovono nella stessa direzione, su una scala da +1 a −1. Due titoli con correlazione +1 salgono e scendono in perfetta sincronia: metterli insieme non riduce il rischio, lo raddoppia soltanto. Con correlazione −1 uno sale esattamente quando l’altro scende, e la combinazione azzera l’oscillazione. Nella realtà quasi nessuna coppia raggiunge questi estremi. Il principio, però, guida ogni scelta seria.

L’obiettivo pratico è riunire attività con correlazione bassa o negativa. Nella crisi del 2008, mentre gli indici azionari crollavano, i titoli di Stato svizzeri e tedeschi di alta qualità salivano, perché in una crisi gli investitori cercano rifugio nel reddito fisso. Questa relazione non è una legge fisica e in alcune fasi si è indebolita, ma resta la ragione per cui un portafoglio misto ondeggia meno di uno tutto azionario. La diversificazione non aumenta il rendimento atteso: riduce l’ampiezza degli scossoni lungo il percorso.

Le classi di attività: mattoni con comportamenti diversi

Un portafoglio si costruisce combinando classi di attività, cioè famiglie di investimenti che condividono comportamenti simili. Le principali sono quattro, ciascuna con un ruolo distinto.

  • Azioni: quote di proprietà di imprese, come quelle quotate sui mercati azionari svizzeri. Offrono il rendimento atteso più alto sul lungo periodo e insieme la volatilità maggiore.
  • Obbligazioni: prestiti a Stati o aziende che pagano una cedola. Rendono meno delle azioni, ma stabilizzano il portafoglio nelle fasi difficili.
  • Liquidità: conti e strumenti a brevissimo termine. Non rende quasi nulla, però è sempre disponibile e non perde valore nominale.
  • Beni reali: immobili e materie prime come l’oro. Reagiscono a fattori propri, spesso legati all’inflazione, e per questo si comportano diversamente dai titoli finanziari. L’oro, per esempio, toccò i suoi massimi nominali nel settembre del 2011, in piena crisi del debito europeo, proprio mentre le borse arretravano.

La ripartizione fra queste classi — la cosiddetta asset allocation — pesa sul risultato finale più della scelta del singolo titolo. Decidere quanto tenere in azioni e quanto in obbligazioni conta di più che scegliere quale azione comprare, perché fissa il livello di rischio complessivo prima ancora di guardare ai nomi.

Rischio sistematico e rischio specifico: cosa si può eliminare e cosa no

Qui la diversificazione mostra il suo limite. Il rischio di un investimento si divide in due componenti che rispondono in modo opposto al numero di titoli in portafoglio.

Il rischio specifico riguarda la singola azienda: un dirigente che sbaglia, uno stabilimento che brucia, un prodotto che fallisce. Questo rischio si annulla aggiungendo titoli diversi, perché la sfortuna di una società viene compensata dalla fortuna di un’altra. Bastano una ventina o una trentina di azioni ben scelte, distribuite su settori differenti, per ridurlo quasi a zero; oltre quella soglia il beneficio aggiuntivo diventa minimo.

Il rischio sistematico è quello del mercato nel suo insieme: una recessione, un rialzo dei tassi, una guerra. Colpisce tutti i titoli contemporaneamente e nessuna diversificazione lo cancella. Chi investe in azioni accetta questo rischio come prezzo del rendimento; l’unico modo di ridurlo è spostare parte del capitale su classi di attività meno esposte, come le obbligazioni. Ecco perché diversificare fra classi diverse, e non solo fra molte azioni, fa la differenza vera.

Il ribilanciamento: come la diversificazione si mantiene nel tempo

Un portafoglio diversificato non resta tale da solo. Se le azioni salgono più delle obbligazioni, dopo qualche anno pesano molto più di quanto previsto e il portafoglio diventa più rischioso proprio quando i prezzi sono alti. Il ribilanciamento riporta le proporzioni a quelle decise all’inizio: si vende una parte di ciò che è cresciuto e si compra ciò che è rimasto indietro.

Questo gesto va contro l’istinto, perché impone di alleggerire i vincitori e rinforzare i perdenti. Proprio in questo sta la sua forza: costringe a comprare basso e vendere alto in modo meccanico, senza affidarsi all’umore del momento. Molti investitori ribilanciano una volta l’anno, oppure quando una classe si scosta oltre una soglia fissata, per esempio cinque punti percentuali dal peso obiettivo. La frequenza esatta conta meno della disciplina di farlo davvero.

Domande frequenti

Quanti titoli servono per un portafoglio diversificato?

Per neutralizzare il rischio specifico bastano circa 20-30 azioni distribuite su settori e aree geografiche differenti; oltre questa soglia il beneficio aggiuntivo è minimo. Conta però che i titoli siano davvero poco correlati fra loro: venti banche non diversificano quanto venti aziende di settori diversi. Un fondo indicizzato ampio raggiunge lo stesso risultato con un solo strumento.

La diversificazione riduce anche i guadagni?

Riduce gli estremi in entrambe le direzioni: un portafoglio diversificato guadagna meno del titolo migliore e perde meno del peggiore. Non abbassa però il rendimento atteso complessivo, perché non rinuncia al rendimento medio delle classi che contiene; taglia solo l’oscillazione attorno a quella media. Il prezzo della minore volatilità è la rinuncia a scommesse concentrate che potrebbero, a volte, pagare molto.

Perché in alcune crisi tutto scende insieme?

Nei momenti di panico le correlazioni tendono a salire: gli investitori vendono qualunque cosa per fare cassa, così anche attività normalmente scollegate cadono nello stesso periodo. È il limite della diversificazione, che protegge dalle turbolenze ordinarie meno da quelle sistemiche più violente. Proprio per questo la liquidità e le obbligazioni di alta qualità conservano un ruolo: sono ciò che regge meglio quando quasi tutto il resto cede.

Ogni quanto conviene ribilanciare il portafoglio?

Due approcci sono diffusi: a calendario, per esempio una volta l’anno, oppure a soglia, quando una classe si allontana oltre un limite prefissato dal suo peso obiettivo. Il ribilanciamento troppo frequente genera costi di transazione e, su conti soggetti a imposta, eventi fiscali; quello troppo raro lascia il portafoglio derivare verso un rischio non voluto. Una revisione annuale è un compromesso ragionevole per la maggior parte dei risparmiatori.

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